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Le origini della masseria “Cà da Meo”

"Ritrovando per li statuti antichi della terra prohibito alli terrieri, et habitatori di questo luoco di Gavio de introdure menare, ò far condurre uve ò vini nati in possessioni, e vigne situate fuori del territorio del luogo considerato ... in publico beneficio della terra nella quale si raccoglie buona quantità di vino anco da vendere con travaglio, et spesa assai..."
Così recitavano gli antichi Statuti di Gavi, nell’edizione del 1632, riferendosi alla tutela della produzione di uve e vini locali, quasi un’anticipazione di quelle che diventeranno le linee guida dell’attuale Gavi D.O.C.G.
Dell’antico territorio “del luoco di Gavio”, citato negli Statuti, faceva parte anche la frazione di Pratolungo. Posta sotto la costiera che confina con il comune di Arquata, la frazione si estende sino ad incontrare la provinciale che collega Gavi a Serravalle. Nella parte centrale, Pratolungo accompagna il torrente Neirone nel suo iniziale percorso, prima che questi attraversi la Piana di Valle per poi immettersi nel Lemme.
Nel 1630 il commissario del Forte di Gavi Andrea Sivori (già soprintendente alla trasformazione dell’antico Castello in Fortezza), acquistava dai Consoli della Comunità di Pratolungo venti mine di grano (circa 1800 Kg) da assegnare alla guarnigione del Forte e alla popolazione più indigente del Borgo per provvedere ai bisogni della popolazione civile che risentiva ancora delle conseguenze dovute alle devastazioni compiute dal Duca di Savoia in quel territorio.
Pratolungo, probabilmente, era riuscita a risollevare le sorti della propria agricoltura in tempi relativamente brevi, rispetto alle altre frazioni di Gavi, per questo il commissario Sivori si era rivolto ai consoli di quella comunità per far fronte al necessario vettovagliamento per i soldati del Forte e della popolazione indigente di Gavi. La trattativa, per la vendita del grano, si concluse sottoscrivendo un accordo che riconosceva alla comunità il prezzo di 21 lire e 10 soldi per ciascuna mina di grano ceduta.
Pratolungo è sempre stata indirizzata allo sviluppo delle attività agricole, grazie anche alla particolare esposizione e al favorevole microclima di cui beneficia. Dalla coltivazione della vite, impiantata nelle armoniose colline degradanti verso il torrente Neirone, alla coltura del grano, realizzata nei campi del “lungo prato” che formano la piana di Pratolungo.
Un insieme di vigneti, campi e cascinali che in origine facevano parte dei grandi latifondi riservati alle nobili famiglie genovesi, come i Lomellini, gli Spinola, i Doria e i Pinelli. Tenute che con il tempo hanno visto cambiare i loro possessori e sono state, in buona parte, parcellizzate ridisegnando così gli originali confini di cascine e vigneti.
Fra queste tenute vi è quella della Piacentina che ha probabilmente origini più remote rispetto a quello che lascia intravedere l’edificio che ancora oggi la rappresenta. Alcuni documenti, infatti, consentono di stabilire che questo toponimo era già presente nel XVI secolo e faceva esplicito riferimento ad una “montà delli Piasentini”.
Verosimilmente si trattava di un’area abitata da un gruppo famigliare originario di Piacenza trasferitosi a Pratolungo al seguito (probabilmente) di qualche soldato arruolato nel Forte di Gavi e poi fermatosi lungo le sponde del Neirone. In questa zona, il supposto capostipite dei Piasentini, si era poi insediato dedicandosi all’agricoltura e dando origine al primo nucleo famigliare cui altri seguirono. Nel 1581, infatti, sono già presenti diversi individui, presumibilmente discendenti da quella prima “famiglia piacentina”. Se nel 1581 si erano già radicati alcuni nuclei famigliari dei Piacentini è lecito pensare che questo casato era presente a Pratolungo da almeno un paio di generazioni. Quindi, con ragionevole certezza si può far risalire l’origine della tenuta della Piacentina a cavallo fra il XV e il XVI secolo. Di questa antica tenuta facevano parte numerose masserie, fra queste la Ca’ da Meo annoverata a pieno titolo negli antichi confini del Comune di Gavi.
L’edificio rurale della Ca’ da Meo ha, presumibilmente, ospitato all’origine qualcuno dei prolifici membri della famiglia dei Piasentini, per cui si può dire coevo a quello della Piacentina stessa, la “casa madre” di questo gruppo di masserie.
L’origine del toponimo “Ca’ da Meo” pare, invece, piuttosto difficile da decifrare e fa sorgere qualche dubbio. In effetti, se “Meo” fosse un appellativo maschile, per esempio la contrazione di Bartolomeo, nel dialetto locale si dovrebbe dire “du”, cioè “ Casa di Meo” e non “da” che significa per l’appunto “della”. Almeno che la particella “da” sia stata usata per indicare la contiguità, ossia “Casa vicina a quella di Meo”. A complicare la questione interviene anche un documento del 1660 che, riferendosi alla locazione della masseria di Santa Seraffa, fa un incidentale riferimento ad una “Ca’ da Meri”.
Forse il rimando è per un altro toponimo della zona, forse si tratta di un’errata trascrizione, oppure potrebbe essere che la “Ca da Meo”, in origine, fosse nominata proprio “Ca da Meri”. Il che spiegherebbe, almeno, l’appellativo al femminile. Questo è quanto riescono a fare i documenti quando non riescono a dare spiegazioni: spesso fanno sorgere altri dubbi. In ogni caso il toponimo della “Ca’ da Meo” è forse un piccolo mistero che non ha bisogno di essere svelato. Come quello di un piccolo pettirosso che un giorno, entrato nella Ca’ da Meo – seppure subito liberato – non è più uscito dalla memoria di chi lo ha visto volare in quelle stanze.
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